Spensiero

Località di villeggiatura innovativa e virtuale per giovani menti urbane (e non) aperto da settembre a marzo
venerdì, 02 marzo 2007

Leben will ich ! (cartoline da Mens Mentis)

Cosa vi viene in mente se vi dico… “Berlino”?

Me lo sto chiedendo spesso, da quando sono tornata. Cerco di ritornare con la mente a quando Berlino non sapervo come immaginarmela. Da bambina era un puntino disegnato molto sopra l’Italia nel gioco in scatola sull’Europa che mi avevano regalato per Natale. La DDR non esisteva già più. Eppure ancora per molto tempo alla parola Berlino avrei associato il grigio del muro, il grigio dei palazzi ultramoderni, il grigio del cielo. Tre piccoli tasselli nel grande puzzle di Berlino. Alcuni altri li ho trovati da qualche giorno. Berlino ha fatto BOOOM dentro il mio cuore, come quando ti innamori.

E pensare che non avrei mai pensato che un giorno sarei stata in Germania. Ho sempre scartato la Germania dall’elenco delle mete ambite.

Cosa c’è in Germania, da vedere?

Cosa c’è a Berlino?

La stessa domanda che mi hanno fatto i miei.

E perché vai?

Quando ho detto loro che sarei andata, mi hanno guardata con un’aria molto interrogativa. Come se avessi dei teutonici traffici illeciti.

E invece… mi ritrovo qui, ora, di ritorno da Alexanderplatz, Bebelplatz, Friedrichshain con una specie di febbre e di magone: febbre quando ancora cerco di documentarmi, vedere le foto delle cose che non ho fatto in tempo a vedere, magone, quando guardo i filmati del 9 novembre… e capisco che Berlino è un magnete silenzioso. Come la sua bellezza. Berlino è una ragazza che vedi avvicinarsi verso di te, con un freddo giaccone azzurro, ma solo quando ti è vicina, quando ti respira sul naso, riesci a capire quanto è bella. Parla una lingua incomprensibile, nemmeno intuibile, ma fatta di parole semplici. Concrete.

Lebensmittel: mezzi per vivere = alimenti

Tierartz: Dottore degli animali = veterinario

Gepä ckträ ger: trasportatore di pacchi = facchino.

Concrete come il silenzio. Quello della metropolitana. Che non è il silenzio di chi non ha niente da dire. E’il silenzio di chi osserva. A Berlino si percepisce la potenza del silenzio.

Berlino è libertà.

Libertà di essere una madre con meno di trent’anni che ha ancora voglia di vivere la vita, insieme a suo figlio. Libertà di portare un passeggino con dentro un bimbo e una stella tatuata sul collo accarezzata da una coda di piccoli rasta. Libertà di fare musica, teatro, arte ed essere visti come una parte importante della società, e non un fallito. Andare in giro come ti pare ed essere giudicato per quello che sai fare e dare e non per quello che sembri.

Berlino sono i teatri con i loro foyer affollati di gente che, alle sette e mezzo di sera, attendono l’inizio di una spettacolo di quattro ore.

Berlino è l’Acud dove al piano di sopra suonano ragazzini di 17 anni e sotto una country band venuta dall’America. E dove sopra ancora c’è un dj set di musica techno che mai avrei pensato di saper ascoltare (da qui la conclusione che non è la musica, ma è l’ambiente che alla fine ti piace).

Berlino è Mann est Mann di Brecht con le note di regia venduto a 3 euro e mezzo al Berliner Ensemble.

Berlino è la tua mano

Che mi cerca per dirmi che dobbiamo salire

Per immergergerci a Samariterstrasse

E riaffiorare chissà dove

Nella corrente dei tuoi sorrisi.

postato da: Spensiero alle ore 19:48 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: ricordi, stagioni, mens mentis
giovedì, 01 marzo 2007

Excuse me, Mr. Sanguineti?

 

(vedo i miei pesci morire sopra gli scogli delle tue ciglia)

[Laborintus, sezione VIII]

 

 

Sto leggendo Laborintus, di Edoardo Sanguineti. Scritto, ama dire, nella notte di Capodanno tra il 1950 e il 1950, a simbolizzare l’avvento di una nuova poesia. Sanguineti quando l’ha scritta era nei suoi vent’anni.

Più vado avanti ( menomale che ci sono le note e il commento di Erminio Risso), più rimango sbalordita dalla quantità di livelli di lettura contenuti in questa opera.

Qualcosa di più di un montaggio citazioni da testi tra loro lontanissimi nello spazio e nel tempo e nei contenuti. Qualcosa di più di una interiorizzazione delle letture e degli argomenti preferiti da parte di un giovane e appassionato poeta. Qualcosa di più della creazione di un mondo parallelo che voglia spiagare quello della realtà. Qui sembra che non si voglia spiegare niente con questi versi. Qualcosa di più di un diario in versi.

Più vado avanti e più scopro che c’è sempre qualcosa in più.

Solitamente non mi piacciono le cose troppo complicate. Ma Laborintus è geniale. Sembra una formula magica.

Da Fazio, Sanguineti ha detto di essere un politico appassionato di poesia, più che il contrario. Mi sono emozionata al sentire come, in qualche modo, dal suo parlare potevo evincere concetti che nel suo pensiero ( tradotto in buona parte dalla critica, ma non solo) sono negli anni sono rimasti solidi, ma nello stesso tempo così mutati,così come mutata è la realtà sociale.

Mi sono stupita di come si possa rimanere fedeli a se stessi.

Forse chi se ne intende più di me di poesia ( e magari è un appassionato di Sanguineti) penserà che sto parlando a vanvera. Ma io ho sentito proprio questo.

Una solida fedeltà, non ottusamente integralista, ma elasticamente obiettiva.

Alla fine ho pensato che, comunque,

Certe cose riesci a scriverle solo a vent’anni.

 

 

(Nel mio caso poi diventi una copia di un te stesso che ti è piaciuto molto. Ma io non sono Sanguineti)

postato da: Spensiero alle ore 18:01 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: poesia, a libranta
giovedì, 22 febbraio 2007

Paura e delirio a Libranta

Scusate l’assenza, non avrei mai pensato che i giorni passassero così alla svelta, ma ammetto: questo che è appena passato è stato quello che comunemente si dice un periodo di crisi. Di crisi culturale.

Non starò qui a descrivere tutte le varie fasi di questo subdolo processo che si è innescato insinuandosi tra le pieghe più profonde del mio essere lettrice ( e a volte qualcosa di più…tipo…studente…): ho voglia di essere positiva. Vorrei darvi una parola di speranza. C’è luce alla fine del lungo tunnel della disillusione. Come tutte le illuminazioni che si rispettino, anche a me è giunta per caso. Ero alle prese con un complicato testo di critica dell’ermeneutica ( avete presente? In parole povere, un libro di critica sulla critica…qualcosa di perverso…ma interessante…l’ho scoperto dopo…). Stavo seriamente pensando a cosa mi spingesse a restare ferma a osservare le parole in fila una dopo l’altra sulla pagina, che per me rimaneva fondamentalmente bianca, quando fuori un uccellino stordito dall‘insolito tepore, si era già settato le corde vocali sul mese di maggio. Stavo pensando ad una casa ritirata nel verde, dove coltivare la terra, un posto dove stare a riflettere e, magari, sussurrare ai cavalli. Per farvi capire a che livello di straniamento sono arrivata, vi faccio notare che tutto questo mi succedeva davanti alla televisione in muting ( ebbene sì, purtoppo a Libranta ho un televisore): l’unica cosa che solitamente guardo in televisione, insieme ai Simpson, è Fazio ( e la pubblicità del Giorno e Notte…ok, non ditelo a nessuno però…no so, c’è qualcosa di inspiegabilmente attraente nella struttura di quello spot…secondo voi mi sto ammalando?).

Completamente intontita da tutti i miei turbinosi pensieri e le immagini senza senso e senza voce, ad un tratto rimetto l’audio: c’è un’intervista a Franca Valeri in occasione della Giornata della Memoria. Non sapevo che avvesse dovuto subire, anche se, in qualche modo, trasversalmente, le leggi razziali. Ma ancora di più sono stupita dalla sua voce che trema, come le sue mani e la sua testa, con quel dondolio incontrollabile di quello che ho paura si chiami Alzheimer. Scorrono le immagine dei suoi sketch al telefono, negli anni ‘60, e il confronto mi commuove, la sua parlantina frenata da un inspiegabile tremore. Ma lei sembra in qualche modo non voler arrendersi, non voler farci caso. Parla delle persecuzioni, del fratello e del padre costretti per quattro anni a non vedere il resto della famiglia perché in esilio clandestino in Svizzera, e, mentre racconta vari episodi di questa sua difficile giovinezza noto come, tra le sue parole, ne ricorra una, di cui avevo quasi perso cognizione: “La MIA cultura”; “Con me avevo sempre i la MIA cultura…” “ I libri che avevo letto”…” Quando sono arrivati in casa per controllare dove fosse mio padre, io, che li avevo sentiti entrare, rimasi volontariamente a letto, a leggere un libro in francese, orgogliosa…” “ORGOGLIOSA della MIA cultura”.

Ne parlava come un tesoro, anzi no, come qualcosa di meno favolistico e concretamente raggiungibile: sembrava che davvero parlasse della sua ricchezza, dei suoi beni. Ne parlava come, di fronte ad una crisi economica, il risparmiatore si protegge con i suoi svariati anni di risparmio.

La morale, per me, è stata questa: è inutile che ti dicano che non ti devi lamentare che, anche se sei studente e squattrinato, stai “lavorando” per te, stai accumulando i tuoi saperi. Non ci crederai sul serio, finchè non avrai sperimentato una vera crisi. Una frana di domande provocata dall’amico ingegnere appena laureato che lavora già nella dittà del padre, e almeno lui ha studiato per qualcosa. Provocata dall’aspetto sempre curato e alla moda di tua cugina, e soprattutto delle sue unghie frutto di sedute settimanali dal manicure che lei, vedi, lei non ha sudiato ma i soldi per le vacanze ce li ha, per le unghie e per i capelli in ordine. Perché lei lavora. Provocata dall’ansia di quelli che ti domandano cosa studi e poi subito dopo ti chiedono “e poi cosa vai a fare?”.

Se sopravvivi alla frana, capisci che stai costruendo il tuo tesoro.

A me è successo vedendo Franca Valeri in un programma di terza serata.

Il mio tempo verrà.

(E poi non mi sono mai piacute le unghie finte…)

 

 

Così ho deciso di lasciarmi andare al sogno: mi piacerebbe conoscere sempre.

postato da: Spensiero alle ore 21:26 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: stagioni, a libranta
sabato, 20 gennaio 2007

Cerco

 

Quancuno mi aiuta?

Cerco disperatamente un libro da leggere. Un libro che parli di qualcuno che cerca una sorta di perfezione, ma che allo stesso tempo la rifiuta, anzi la odia. Per poi ritornare a sentirsi, come sempre inadeguato. Cerco un libro di sentenze illuminanti e semplici, o anche No.
postato da: Spensiero alle ore 18:10 | link | commenti (14) | commenti (14)
categorie: libri, a libranta
venerdì, 19 gennaio 2007

 

[…] l’amore quando è puro, cioè totalmente disinteressato, è sempre anormale, asociale […]

Finito Il giardino dei Finzi-Contini.

postato da: Spensiero alle ore 22:50 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: libri, a libranta
domenica, 14 gennaio 2007

Ancora parole

Una volta ho letto da qualche parte che un bel giorno Sylvia Plath, poetessa e narratrice americana attiva negli anni ‘50, ha preso un dizionario della lingua inglese e si è messa a leggerlo, dalla prima all’ultima pagina, cerchiando con una matita le parole che le piacevano.

Sto pensando a questo mentre mi viene in mente che c’è stato un momento in cui mi hanno spiegato che le poesie andavano lette prima di tutto ad alta voce. Forse vi sembrerà un’osservazione superficiale, ma per me allora fu una scoperta. Leggere una poesia era diventato un altro dei modi per far suonare la voce attraverso le parole. Fu così che anche mi accorsi del loro suono, di come certe parole avevano sonorità dolcissime come (però non mettetevi a ridere adesso!) scosceso, altre invece mi davano proprio fastidio alle orecchie, come il binomio frutta cotta (provo a ripeterlo e ancora una volta trovo che abbia proprio un suono antipatico … ), o maciullare , bleeeeh, suono orribile. Mi ricordo anche che da bambina mi sembrava strana la pronuncia con cui mia madre diceva magazzino: diceva magazzèno, e a me veniva un po’ da ridere a sentirglielo dire. Ma il super-premio delle parole che mi piacciono di più lo vincono ciondolarsi (che a pensarci bene non so neanche se esiste nel vocabolario italiano), girandola, arrovellarsi, speranzoso, acidulo, crogiuolo e assaggiare. E anche, adesso che ci penso, pasteggiare, mi piace tantissimo, è come se ci fosse un po‘ di ozio dentro a questa parola, pasteggiare e oziare, mangiare con calma, masticare lentamente, ahhh, buono … !, anche se non c’entra niente col significato del verbo.

Mi vengono in mente gli abbacedari che si usavano alle elementari. C’era sempre una gn di gnomo n e uno xilofono disegnato sotto la X. E uno yo-yo sotto la Y.

E anche abbacedario, come dromedario, non se la cava male …

(Se volete sapere qualcosa di più su Sylvia Plath: it.wikipedia.org/wiki/Sylvia_Plath oppure

 

www.railibro.rai.it/recensioni.asp?id=239)
postato da: Spensiero alle ore 09:29 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: a libranta
sabato, 13 gennaio 2007

Persag

Ce l’avevo lì da un sacco di tempo. Nella mia casa di Libranta è arrivato che io avrò avuto appena 9 o 10 anni. L’ho riscoperto un paio di mesi fa, quando, in occasione del Busker Festival di Ferrara, una ragazza ferrarese, mi ha fatto notare la stele che, poco distante dalla cattedrale, riporta i nomi di alcuni ebrei di Ferrara caduti nei campi di concentramento nazisti.

E mi ha parlato di Giorgio Bassani. E dei libri di Ferrara. E del fatto che non si riuscirà mai a sapere chi fosse stata Micòl Finzi-Contini, e addirittura se sia veramente esistita o se sia il prodotto di molteplici figure femminili che hanno attraversato la vita dell’autore. Fatto sta che, ripensato a quello splendido giorno che ho trascorso a Ferrara, tra artisti meravigliosi provenienti da ogni parte del mondo, ho deciso, una volta per tutte, questo Giardino dei Finzi- Contini. E ora che Ziarati ha lasciato molta malinconia con la conclusione del suo romanzo, è Bassani che si è impadronito dei miei viaggi in treno e del breve tratto di tempo che precede il sonno. Non lo so, in autunno divento nostalgica, ma allo stesso tempo le cose nuove, che quasi da sempre mi occupano la mente nei primi giorni di ottobre, mi rendono iperattiva. Nel silenzio che ho in testa mentre mi reco a sbrigare le faccende di tutti i giorni, mi vengono in mente i biondi capelli di Micòl, mi viene in mente di come Bassani sia riuscito così bene a descriverli, tanto da poterli sentire sotto le mani, lisci e fini, chiarissimi nell’aria quasi estiva di inizio giugno. Poi penso al suo modo di parlare, all’uso del dialetto quando parla degli alberi del suo giardino ( “ Così le mele erano i pum, i fichi erano i figh, le albicocche il mugnàgh, le pesche il persàgh.) e mi ritrovo a pensare che sì, per certe cose non c’è che il dialetto per esprimersi. E che il dialetto del nord che ho imparato permette, proprio come a Micòl, “di piegare le labbra nella smorfia fra intenerita e sprezzante che il cuore suggeriva”. E non si potevano trovare parole migliori: colui che ama trova dolcissimo e tenero anche il rude, e a volte un po’ antipatico all’orecchio, dialetto del nord. Non sono di quelli che metterebbero il dialetto come materia curricolare alla scuola dell’obbligo, e questo perché è la lingua dei nonni: solo loro te la possono insegnare. E’ la lingua di quando andavi a pranzo dalla nonna, che ti allungava la minestra dicendoti “c’at vegna grand”, o che quando ne combinavi una delle tue, lei, dall’altra parte della casa, ti sentiva e ti sgridava con un “canda’l mond !” ( espressione che ancora oggi non saprei come tradurre…).

postato da: Spensiero alle ore 19:40 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: libri, città, a libranta
venerdì, 05 gennaio 2007

Intellettuali...

Ma il momento più emozionante arriva quando Jarmila Ockayova parla di intellettuali, gli intellettuali da un po’ di tempo a questa parte: Dice che gli intellettuali occidentali da un paio di decenni stanno consumando un grande peccato, laico, ma mortale: il peccato dell’orgoglio. Dell’orgoglio dell’intelligenza. La conoscenza accompagnata da un distruttivo o sterile razionalismo. Gli intellettuali stanno perdendo il senso della felicità e della drammaticità. Oscillano tra “edonismi artificiosi e forzate visioni apocalittiche”

“Siamo rapiti dal fascino dell’evento, per cui una qualsiasi banalità detta però sotto i riflettori accesi viene considerata preziosa, illuminante. E viceversa, paradossalmente: le cose anche gravissime, svilenti perverse, devastanti diventano banali, scontate, normali annotazioni a margine della nostra quotidianità.”

Ma Jarmila dice che c’è una soluzione e questa soluzione è aprire le porte del dubbio. Rinunciare a qualche premeditazione polemica e far posto a qualche interrogativo nuovo.

Il compito della letteratura e dell’arte non è quello di fare proclami.

Non esiste il pensiero debole.

Esiste solo l’uso debole del pensiero.

postato da: Spensiero alle ore 11:26 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: libri, nuovi autori, a libranta
giovedì, 04 gennaio 2007

Leggere, scrivere

Poi Jarmila mi parla di spirito. Intervento apparentemente impertinente perche si parla di libri. E dice che lo spirito non cresce: si scopre. Lo spirito è dualità, è lotta tra diverse intenzioni, senso di sacralità della vita ed impulso distruttivo. E’ scegliere il proprio modo di essere ed è una scelta della ragione, non dell’anima. Così leggere e scrivere non vogliono dire astrazione ma accoglienza: coraggio di dar voce alla propria anima e farla dialogare con l’anima del mondo.

postato da: Spensiero alle ore 10:28 | link | commenti | commenti
categorie: libri, nuovi autori, a libranta
mercoledì, 03 gennaio 2007

Cuore pensante, cervello pulsante

Così invito Jarmila Ockayova a prendere un tè, nella mia casa, a Libranta.

Persino quando chiacchera usa metafore incantevoli. Mi parla di cosa consiglierebbe ad uno scrittore in erba, argomento che mi interessa tantissimo e sul quale moltissime volte mi sono soffermata, e lei risponde Prima di tutto, diventare ciò che si è. Non accontentarsi di avere solo una identità per gli altri, non definirsi nelle aspettative degli altri. E poi vivere. Vivere e vivere ancora spalancando gli occhi e lasciando che il cuore pensi e che il cervello palpiti come un muscolo cardiaco. Spendendo se’ stessi e accumulando idee emozioni storie da raccontare. E poi leggere. Confrontarsi con i libri. E poi, naturalmente, scrivere. Abbandonare il gusto goloso della parola, tronfio, pavoncello, compiacente. Rivoltare le parole e le frasi come un guanto, imparare a vederne il rovescio, il senso nascosto. E poi, leggere ad alta voce i propri scritti, ascoltarsi attenti anche al ritmo, alla musicalità della pagina.

http://www.librialice.it/romanzo-convforli/ockayova.htm

postato da: Spensiero alle ore 10:12 | link | commenti | commenti
categorie: libri, nuovi autori, a libranta

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